LA COPERTA “MADRE”
Il vero calore d’Abruzzo
C’è un oggetto che attraversa la storia dell’Abruzzo senza mai cambiare funzione, ma mutando forme, simboli, linguaggi: la coperta di lana.
Un oggetto umile solo in apparenza, perché in realtà è uno dei manufatti più complessi, longevi e identitari della cultura materiale abruzzese.
Le coperte abruzzesi nascono da un sistema economico e sociale antichissimo: la pastorizia e la transumanza, che per secoli hanno fatto dell’Abruzzo una delle principali terre della lana in Europa.
Gli altipiani aquilani, la Maiella, il Morrone, il Gran Sasso per secoli non furono solo montagne, ma fabbriche a cielo aperto di materia prima pregiata.
Già dal Medioevo le lane abruzzesi erano considerate tra le migliori sul mercato. Firenze, Venezia, Milano, il Regno di Napoli ne acquistavano grandi quantità, sia grezze sia lavorate. Non è un caso che lungo la via degli Abruzzi, asse commerciale fondamentale tra centro e sud Italia, si svilupparono gualchiere, cartiere, opifici, telai di altissimo livello tecnico.
In questo contesto nascono le coperte tessute a mano, oggetti destinati alla vita quotidiana ma caricati di un valore simbolico profondo.
Ogni coperta era diversa: cambiavano i motivi decorativi, le campiture cromatiche, la densità della trama, la presenza di figure. Ma nulla era casuale.
Gli studi di Italo Picini, storico dell’arte e grande conoscitore della tessitura artistica abruzzese, hanno mostrato come molti di questi disegni siano la prosecuzione di una “scuola” artigianale antichissima, stratificata nei secoli, tramandata più per uso che per teoria.
Picini scrive:
“I reperti venivano conservati non tanto per il loro valore artistico, quanto perché la qualità delle lane e dei tessuti li rendeva duraturi, quasi eterni.”
La coperta matrimoniale occupava un posto speciale. Faceva parte della dote, segnava il passaggio all’età adulta, rappresentava protezione, fecondità, continuità. I motivi ad angeli, figure zoomorfe, rosette, alberi stilizzati, erano veri e propri simboli apotropaici, pensati per accompagnare una nuova vita.
In alcuni centri — come Taranta Peligna — la lavorazione delle coperte raggiunse livelli di raffinatezza tecnica tali da attirare l’attenzione di mercanti e studiosi già tra Quattrocento e Cinquecento.
È in questo contesto che nasce una delle ipotesi più affascinanti, ma da trattare con cautela: quella di un interesse di Leonardo da Vinci per la produzione tessile abruzzese.
Non esiste un documento che certifichi in modo definitivo un suo intervento diretto nella progettazione delle coperte. Tuttavia sappiamo che Leonardo fu un instancabile osservatore di telai, macchine, processi produttivi, e che durante i suoi viaggi nell’Italia centrale frequentò aree legate alla lana, alla carta, all’ingegneria idraulica.
Alcuni bozzetti conservati nella Royal Collection e l’uso di carta prodotta nelle gualchiere di Celano suggeriscono che l’Abruzzo rientrasse nel suo orizzonte di interesse. È una suggestione storica, non una verità accertata, ma dice molto sulla centralità di questo artigianato.
La coperta abruzzese, in ogni caso, non ha bisogno di leggende per affermare il proprio valore.
È sopravvissuta perché era necessaria, resistente, pensata per durare.
Oggetto del quotidiano, ma anche custode di memoria.
Come scriveva Carlo Levi, parlando delle civiltà contadine dell’Appennino:
“Gli oggetti non erano mai solo cose, ma depositi di tempo.”E questo vale, forse più di ogni altro manufatto, per la coperta.
Ancora oggi, quando vediamo una donna anziana piegarla con gesti lenti e precisi, non stiamo assistendo a una scena folkloristica.
Stiamo vedendo un sapere che si trasmette senza parole, un ordine antico che resiste al tempo.
Questa è la “Coperta Madre”.
Non un semplice tessuto, ma un oggetto iconico della storia d’Abruzzo.
Il vero calore d’Abruzzo.
